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lunedì 11 febbraio 2013

Fanatismi antichi e moderni

L'imperatore di Bisanzio Costantino VII, detto Porfirogenito, vissuto alla fine del X secolo, si era convinto che i musulmani fossero adoratori di Venere. Per buona parte della sua vita si era dedicato allo studio, essendo divenuto imperatore a quarant'anni, e si fece una certa fama come scultore e pittore. Era un uomo certamente istruito, ma riguardo ai seguaci dell'Islam scrisse:
E pregano piuttosto alla stella di Afrodite, che chiamano Koubar, e nelle loro implorazioni gridano "Alla wa Koubar", che significa "Dio e Afrodite". Poiché chiamano Dio "Alla" e "wa" lo usano come congiunzione, e chiamano la stessa "Koubar" e così dicono "Alla wa Koubar". (Costantino Porfirogenito, De Administrando Imperio 14)
Costantino Porfirogenito aveva frainteso la frase araba Allahu akbar, ovvero "Dio è grande". Questa idea non era nuova, ma derivava da un errore di traduzione che aveva fatto Giovanni Damasceno, teologo originario di Damasco vissuto fra il VII e VIII secolo. Una delle parti della sua monumentale opera, conosciuta come La fontana della sapienza, si intitolava Riguardo alle eresie, il cui centotredicesimo capitolo trattava della Eresia degli ismaeliti, ovvero degli arabi, ritenuti discendenti di Ismaele, figlio maggiore di Abraamo e della sua chiava Agar. In quella che sembra sia una delle più antiche confutazioni dell'Islam, fu il primo ad affermare che adorassero Afrodite o Venere, che essi avrebbero chiamato Khaber o Chaber.

E dire che Giovanni si chiamava Yana o Iyanis e che parlava e capiva perfettamente l'arabo! Ciò nonostante, l'incomprensione (più o meno volontaria e fanatica) nei confronti dell'Islam avrebbe dato origine a un conflitto culturale e religioso che dura ancora oggi.

Il fanatismo è forse roba da Medioevo? Qualche anno fa, Amos Oz pubblicò il suo "Contro il fanatismo", il cui messaggio è: non esistono buoni o cattivi nel confitto tra gli israeliani e i palestinesi. C'è una frase che mi piace nel suo libro:
Il fanatismo è più antico dell'Islam, del cristianesimo, dell'ebraismo, più antico di ogni stato o governo (Amos Oz, Contro il fanatismo)
La trovo illuminante. E' facile associare la religione al concetto di estremismo. Ovviamente, i cristiani sono altrettanto responsabili, con le Crociate e la Santa Inquisizione, con i terroristi di Settembre Nero, o più recentemente di Al Qaida. E nessuno nega che la componente religiosa abbia un suo peso. Ma è semplicistico affermare che la causa scatenante sia la religione. Quasi nessun credo incoraggia all'odio e alla mancanza di rispetto, semmai è usato come movente e giustificazione per cristallizzare la paura e l'odio per il diverso.

Oz è noto per i suoi sforzi per garantire la pace e la convivenza fra israeliani e palestinesi. Nel marzo 2011, inviò una copia in arabo del suo libro Una storia di amore e di tenebra a Marwan Barghouti, politico palestinese ed ex leader di Tanzim, ritenuto leader della prima e seconda Intifada e condannato all'ergastolo per diversi omicidi. C'era una dedica, in ebraico, che diceva:
Questa storia è la nostra storia, spero che la leggerai e ci capirai come noi capiamo te, sperando di vederti fuori e in pace.
Ovviamente Oz è stato attaccato da molti, specialmente da elementi della destra israeliana. Può un gesto di buona volontà avere senso? Criticandolo, chi si è dimostrato realmente fanatico?

La questione, come si vede, è ancora aperta.



Bibliografia

  • Amos Oz, Contro il fanatismo, 2010
  • Costantino VII Porfirogenito, De Administrando Imperio, X secolo
  • Giovanni Damasceno, De Haeresibus, capo 113, in Migne, Patrologia Graeca
  • Articolo riguardante Amos Oz, The Jerusalem Post, 15 marzo 2011, disponibile a questo link (consultato l'11 febbraio 2013)

lunedì 14 gennaio 2013

Le vite degli altri

Le vite degli altri sono e resteranno per noi un mistero insondabile. Nonostante lo sforzo immane delle filosofie antiche e recenti e della psicologia moderna di interpretare il comportamento umano e soprattutto di prevederne l'esito, la realtà è che non sappiamo quello che gli altri pensano. Incluso chi ci è più vicino e che conosciamo bene, che talvolta sfugge da quel senso di complicità e affetto che ci permette di leggere fra le righe. Sarà mai possibile perciò intendere a fondo il motivo vero e recondito delle scelte altrui?

Il morboso interesse per quello che avviene quando la persona che abbiamo incontrato o conosciamo gira l'angolo, o si rifugia a casa sua, o va via dall'appuntamento che avevamo con lei, se non controllato, può generare le deviazioni che sono state tipiche di tanti regimi (e che purtroppo lo sono ancora), ben illustrate dal film Le vite degli altri di von Donnesmarck. Lì, un capitano della Stasi il cui lavoro è ascoltare quello che gli altri dicono e indagare su quello che fanno, a un certo punto della sua vita ha un ripensamento. Il dubbio nasce dalla lettura di un volume di Brecht, ma il punto di svolta è leggere l'inchiesta scritta dall'uomo che sta spiando, lo scrittore Dreyman. E mettendo in discussione la sua carriera e la sua sicurezza personale (non dimentichiamoci di essere nella Germania Est comunista), il capitano Wiesler fa la cosa che reputa giusta. E smette di occuparsi di spiare gli altri.

Ma fa bene Wiesler? Ovviamente, il discorso in questione non è la speculazione fatta in chiave politica di chi vorrebbe impedire le intercettazioni, strumento indispensabile per perseguire i molti delinquenti spesso con colletto bianco della decadente nazione che è diventata l'Italia. Quando il lungometraggio fu trasmesso il 9 febbraio 2011 da Raidue, l'intento di alcuni fu subito di usare il film per discutere del ruolo dei giudici, paragonati a spioni della DDR, che invece fanno solo il loro lavoro a repentaglio della propria vita. Eppure, la domanda resta: Wiesler ha fatto bene?

Amos Oz, Scene dalla vita di un villaggioAmos Oz, nel suo Scene dalla vita di un villaggio, narra in otto racconti brevi ma intrecciati fra di loro di un piccolo villaggio, Tel Ilan, dove accadono dei fatti misteriosi. Oz si intrufola nella vita degli altri, la segue brevemente quasi con gusto fotografico, e poi improvvisamente sposta il suo obiettivo altrove. Non sapremo mai se Benni Avni resterà seduto sulla panchina ad aspettare la moglie che l'ha lasciato, o se tornerà a casa sua. O che fine ha fatto il nipote della dottoressa Ghili Steiner, che lo aspettava con ansia ricordando i momenti trascorsi insieme quando lui era piccolo. O chi scava sotto casa Kedem, udito solo dal vecchio onorevole in pensione Pesach, e dallo strano inquilino, uno studente arabo, ma non dalla figlia di Pesach, Rachel Franco. Lo scrittore israeliano costruisce un micromondo molto simile a quello in cui tutti viviamo, ignari della vita del nostro vicino, del postino, del commesso o del poliziotto che ci ha sorpassato, ma un po' curiosi e interessati a capire le dinamiche altrui.

Fa bene Oz ad interessarsi delle vite degli altri? Fa male Wiesler a smettere di farlo? La nostra natura umana non potrà mai prescindere da quell'innata curiosità per chi ci abita attorno. Non siamo né diverremo mai isole. Il segreto sta nell'aggraziato equilibrio tra il rifuggire dal pettegolo impicciarsi e l'apatico disinteresse per chi ci fa parte, volenti o nolenti, del nostro mondo. Quando nel 2010, a Cosenza, un autista di un bus picchiò un povero vecchio di 78 anni, lasciandolo per terra nella totale indifferenza dei passeggeri, e soccorso solo da un auto di passaggio, mi chiedo se non sarebbe meglio talvolta essere più invadenti. I tanti che continuano a morire da soli avrebbero, tutto sommato, la gioia di poter scambiare ancora qualche parola con qualcuno.

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