Cullato quasi come un tempo faceva tua madre, con le labbra arse dal sale e gli occhi ormai troppo pesanti che non riesci ad aprire per guardare il cielo, stai sognando.
Sogni di quella tua casa, sporca e avvolta spesso da una polvere appiccicosa che entra sotto i vestiti incipriandoti di miseria, e dei suoi divani rivestiti di stoffa a scacchi dove ti piaceva rotolarti.
Sogni dei tuoi giochi infantili condivisi con tuo fratello, entrambi innocenti fino al midollo ma costretti a invecchiare troppo presto, mentre ridevate abbracciati a dei peluche buffi più grandi di te.
Sogni di quel tuo piccolo giardino, che esploravi ardimentoso tra latte di pittura adibite a fioriere e grandi zucchine, nella speranza di trovare un leone contro cui combattere con il cucchiaio di legno smunto che stringevi forte in mano.
Sogni di quei fastidiosi rumori di strada ma diventati così quotidiani da sapere di focolare per chi è nato e vissuto in un paese di guerra, e ai quali il battito regolare delle onde non riuscirà mai a sostituire la loro struggente bellezza.
Forse sogni anche di quando sarai grande e, vestito a festa e ammirato dalle ragazze del tuo quartiere, uscirai per strada con gli altri compagni di gioco ormai diventati adulti a bere insieme del tè bollente alla menta in una calda giornata d’estate.
Sogna, bambino, dimenticato da tutti in mezzo a un mare così grande e tremendo che neanche nel peggiore dei tuoi incubi avresti immaginato. E cerchi col braccio un appiglio, nella speranza di trovare ancora una volta tua madre come facevi quando dormivi nel letto dei tuoi, ma affondando sempre più in quell’acqua amara.
Hai smesso di sognare. È finito il tempo delle fantasie e delle speranze. Sei rimasto solo, finché un uomo alto e imbarazzato ti ha trovato disteso sulla battigia, dove con la tua maglietta rossa che ti piaceva tanto e i pantaloncini sembrava dormissi nell’attesa che ti riportassero a casa.
Dove sei adesso, sei solo. Nessuno potrà tenerti compagnia in quella strana e nuova casa di legno che ti hanno regalato, accanto ai resti di tua madre e del tuo fratellino. Fuori, la polvere gialla ricopre i visi di chi ti piange perché non potrai sognare più.
Oggi Twitter e gli altri social network abbondano di riferimenti al Giorno della Memoria e del settantesimo anniversario della liberazione dei prigionieri da Auschwitz. Non è certamente un giorno qualunque.
Se l'inferno di quell'epoca oggi è ricordato dagli hashtag #giornatadellamemoria e #pernondimenticare, la realtà è che forse questa sarà l'ennesima celebrazione usa-e-getta volta ad acquietare il nostro senso di colpa. Non voglio dire che non sia utile e saggio ricordare: ma la nostra memoria collettiva è così labile che fra poche ore o giorni i sopravvissuti dell'inferno dei campi nazisti saranno per molti solo la cronologia del proprio profilo virtuale. Quello che mi turba è l'ipocrisia dilagante, non l'ignorante sincerità.
Per non dimenticare, sarebbe necessario rimuovere da noi il razzismo inconscio che esplode spontaneo dinanzi a chi è diverso. E smetterla di pensare, ad esempio, che la soluzione al problemi dei profughi e delle grandi migrazioni sia farli affogare nel Mar di Sicilia. O che chi ha la pelle diversa non rappresenti una risorsa ma un costo sociale.
Per non dimenticare, bisognerebbe coltivare sul serio la tolleranza nelle piccole cose quotidiane. Ad esempio, nei confronti di chi non sopportiamo e incontriamo ogni giorno, di chi legge la realtà diversamente da noi, di chi è troppo stanco per pensare e agisce solo per apatica abitudine. O di chi è semplicemente stupido.
Per non dimenticare, dovremmo iniziare a mostrare rispetto per chi ci ha preceduto. Come i nostri vecchi che rassegnati vivono abbandonati a sé e con se stessi come unici compagni, quasi come una sorta di scomoda eredità un po' kitsch di un mondo ormai perduto e d'antan, per poi rimpiangerli quando scompariranno.
Per non dimenticare, ogni tanto dovremmo saper ascoltare chi ci parla, buttando via i nostri notebook, tablet, smartphone, e tutti gli altri aggeggi che ci separano dagli altri con l'illusione di essere interconnessi. E tornare a sederci con i nostri compagni o figli o amici per cercare di capire cosa provano e perché l'uomo moderno sia vittima cronica dell'incomunicabilità.
Per non dimenticare, andrebbero aperte le nostreporte. Dovremmo aprire i nostri cuori a chi implora il nostro affetto di narcisisti super impegnati che corrono verso chissà cosa, magari imparando di nuovo a mostrare affetto ed empatia. E dovremmo aprire le nostre menti a chi vuole parlarci, anche quando dice cosa che pensiamo non ci interessino, o quando una nuova idea ci sembra troppo sbalorditiva per essere credibile.
Basta poco per non dimenticare. I tweet e i post, purtroppo, non saranno mai sufficienti.
Mentre il sole freddo di Londra colpisce i vetri del palazzo al di là della strada, e mentre ascolto musica che non mi piace nell'ufficio stile ultramoderno dove passo buona metà delle mie giornate, mi vengono in mente i versi di una vecchia canzone di Juri Camisasca. La musica muore, cantava quaranta anni fa.
E oggi con essa a morire è la cultura in generale. Gli ultimi decenni sono stati attraversati da una sempre più evidente decadenza globale, ma come sempre l'Italia si è distinta. In peggio. Quella che era stata la culla della civiltà romana che aveva scritto la storia, la famosa patria di santi, poeti e navigatori (frase per inciso pronunciata da Mussolini, strani i casi della vita!) oggi si riduce a una specie di grande pozzo nero. Una cloaca che ci pone ai primi posti in Europa nelle classifiche della corruzione e dei disservizi. Per dirla in breve, Pompei crolla. E con essa il Belpaese e il suo patrimonio millenario.
Spesso mi accorgo di come ormai anche l'editoria, come la musica e le belle arti, sia stata infettata dallo stesso virus. Dopo il junk food, quel cibo spazzatura preconfezionato che costa poco e accorcia la vita, è arrivata l'epoca del junk book. Le librerie pullulano di romanzi usa e getta, scritti forse da giallisti norvegesi o con trame di complotti mondiali o a sfondo voluttuoso in varie tonalità e sfumature. Ed entrando in quegli antri meravigliosi che un tempo erano le "case del libro", come immaginavo le librerie di un tempo dove in aria si annusava l'odore della carta ingiallita e di quella nuova, della colla dei dorsi, e delle meravigliose edizioni scontate perché ormai un po' vecchiotte e adatte solo al macero che mi estasiavano, non riesco a provare più quella sensazione.
Certo, ci sono ancora autori che vanno letti e comprati. Ma sono sempre di meno, offuscati da roba commerciale che forse si presenta bene ma dai contenuti scialbi e che domani nessuno ricorderà più. L'amore per le belle cose va spegnendosi.
La domanda che mi faccio è la seguente: è possibile sperare in un nuovo rinascimento culturale? Ci sono le condizioni perché qualcosa si muova in meglio? Perché gli editori e gli autori ricomincino a costruire, a innovare certo, ma ricordando di essere solo nani sulle spalle dei giganti che li hanno preceduti? Perché il libro non sia solo un prodotto commerciale ma soprattutto la rappresentazione tangibile dell'animo di chi l'ha concepito? O siamo condannati a questo arretramento continuo?
Resto senza risposte, perché non le ho. Oggi neanche il sole mi scalda. La musica, l'arte, il libro muoiono.
Con la schiena dritta come si conviene a chi non teme la conseguenza delle proprie azioni e il giudizio altrui, si consegnò dicendo: "Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione".
L'antefatto era stato tragicamente semplice: la pubblicazione di alcune lettere compromettenti di un potente politico sul giornale da lui diretto. Scelta che lo portò a una condanna contro la quale non volle appellarsi.
Era l'anno 1954, e il politico si chiamava Einaudi. La condanna, vilipendio a capo dello Stato. Il condannato si chiamava Giovannino Guareschi, e sarebbe rimasto in carcere per 409 lunghissimi giorni. Nessuno allora poté lanciare lo hashtag #iostoconguareschi.
Senza che il tempo e le stagioni ci abbiano insegnato nulla, sessantuno anni dopo un altro uomo con la schiena dritta si scontra con forze più grandi in una Italia dove è vietato dire come la si pensa, specialmente su certi argomenti considerati tabù. E senza che si provi imbarazzo per questo.
Nel suo ultimo libro, La parola contraria, lui scrive delle frasi grevi e attuali che dovrebbero far riflettere:
Uno scrittore ha in sorte una piccola voce pubblica. Può usarla per fare qualcosa di più che la promozione delle sue opere. Suo ambito è la parola, allora gli spetta il compito di proteggere il diritto di tutti a esprimere la propria.
Lo scrittore si chiama Erri De Luca. Io sto con la libertà di espressione. Io sto con Erri.
Esattamente ottanta anni fa, cioè il 10 dicembre 1934 Luigi Pirandello si presenta a Stoccolma per ritirare il premio Nobel per la letteratura, forse il maggiore riconoscimento per uno scrittore. L'Italia è fascista e forse nel suo momento più di prestigio internazionale, quando gli inglesi corteggiavano Mussolini e Hitler lo prendeva a modello. E il grande scrittore agrigentino si era iscritto al Partito Nazionale Fascista dieci anni prima, nel settembre 1924, per poi essere fra i primi accademici della Reale Accademia d'Italia nel 1929.
Però, quel dicembre del 1934 lo scrittore fa una cosa strana: al ritiro del premio Nobel, decide di non pronunciare alcun discorso. Perché? Secondo Andrea Camilleri in un'intervista di Felice Cavallaro, Pirandello preferì tacere per evitare di fare riferimento al fascismo e a Mussolini, dimostrando di essere in realtà lontano dal regime.
Pirandello fu realmente fascista? O la sua adesione fu semplicemente una scelta pragmatica che gli permettesse di raggiungere i fini dell'Arte? L'interessante intervista di Camilleri ci permette di ritornare indietro nel tempo e capire meglio una pagina importante della storia letteraria d'Italia.
Prendete un uomo già di una certa età, acciaccato dalla vita e stanco, che invece di andarsene in pensione è costretto a fare le ore piccole per vendere al dettaglio della merce da quattro soldi. Prendete una ragazzina orfana di una madre che non l'aveva voluta, che ogni sera si deve coprire con un scialle consunto per portare un po' di conforto al nonno. Prendete infine una donna amareggiata che, ammaliata dall'amore di un latin lover che si era illusa di poter sposare, si ritrova abbandonata per una donnina che canta in un caffè, senza più una carriera e con una neonata da crescere. Prendete infine il traditore, ucciso per vendetta dall'amante tradita, mentre allegramente passeggia con la sua nuova conquista.
Sembra quasi di leggere la cronaca di una giornata qualunque, di persone che vivono in una qualsiasi città del cosiddetto Occidente. Invece, si tratta di una novella scritta ben 108 anni, nel 1905, che ci conferma come il dramma della solitudine sia costantemente presente nelle nostre esistenze, nonostante i grandi cambiamenti di costume e abitudini avvenuti in oltre un secolo.
Si tratta di uno dei 241 racconti che formano la mirabolante raccolta conosciuta come "Novelle per un anno", che nell'idea iniziale del suo autore, Luigi Pirandello, doveva essere composta da 24 raccolte per un totale di 365 novelle, giusto una per ogni giorno dell'anno. La novella di cui stiamo parlando è "Lo scaldino", pubblicata nel 1905 sul Corriere della Sera. Nel 1920, il regista romano Augusto Genina la usò come soggetto per un film muto, proprio negli anni in cui lo scrittore agrigentino scopriva la "settima arte".
I protagonisti del racconto sono dei poveracci che la vita costringe alla solitudine. Papa-re, un vecchio giornalaio e rivenditore di sigarette che ogni sera si rinchiude in un freddo chiosco attendendo che la giovane nipote gli porti uno scaldino di terracotta riempito di carbone, vive nel ricordo di Roma governata dallo Stato della Chiesa, da cui verosimilmente il nome, e non si accorge che il mondo è cambiato quando strillona per strada la notizia della rivoluzione in Russia (quella del 1905, a cui seguirà la grande rivoluzione del 1917 e l'avvento del comunismo). La nipote è quasi un'ombra, che vestita di cenci appare puntualmente ogni sera, ma che, forse per la troppa stanchezza, fa cadere malauguratamente quel vaso di coccio che il nonno aspetta con bramosia, rompendolo in mille pezzi. Infine, Rosalba, la donna ferita dal tradimento che sperava in un ruolo di moglie, e che a motivo del suo amore cieco era stata disposta a prendere le botte e subire la fame. Infine, c'è la neonata, la figlia che Rosalba non ha la forza di crescere e che abbandonerà nelle mani generose di Papa-re.
Sono quattro vittime, accomunate da una esistenza infelice: un vecchio solo, un'orfana, una donna tradita, una bambina non voluta. Eppure, il colpo di scena avviene alla fine, come ci saremmo aspettati: Rosalba si rifugia nel chiosco di Papa-re, e quando questi, riscaldato dal calore della neonata che tiene sulle gambe, si assopisce, lei si apposta sulla porta pronta a sparare Cesare il milanese, l'uomo che l'ha sedotta e abbandonata.
Scoppia il panico! Tutti accorrono, per portare l'uomo ferito in ospedale. Ne parleranno ancora quella sera, e la prospettiva si ribalta: adesso la vittima è lui, il milanese, oscurando con la sua figura le esistenze gracili degli altri quattro, relegati infine a semplici figuranti nella commedia della vita.
Pirandello, con l'abilità che lo contraddistingue, riusce a centrare un punto focale tristemente attuale: i nostri drammi personali passano sempre in secondo piano. I giornali sono ricchi di dettagli che riguardano le vicende più o meno onorevoli di personaggi pubblici, e una loro malattia, incidente o disgrazia diventa l'argomento più importante, facendoci quasi imbarazzare quando, tra le pareti delle nostre case, ci confrontiamo con i nostri dolori personali.
Leggendo la novella "Lo scaldino" sembra quasi di passeggiare virtualmente in via Piccolomini, a Roma, osservando quel famoso effetto ottico che fa sembrare la cupola di San Pietro sempre più grande, man mano che ci si allontana. Forse dipenderà dalla leggera inclinazione della strada, che è un falsopiano, o dalla disposizione degli edifici: sta di fatto che la prospettiva è invertita. E così, più Papa-re e gli altri personaggi della novella tentano di ritagliarsi un proprio spazio allontanandosi idealmente dal caffè e dai suoi avventori, più riscontrano di essere solo marionette dello spettacolo il cui vero protagonista è lui, Cesare, il belloccio ferito quasi a morte, innamorato della cantante Mignon.
Tutti fingono, in realtà. Cesare il milanese finge il suo ruolo di martire sull'altare della libertà da ogni legame e condizionamento, mentre Rosalba finge di essere madre mentre rimpiange il suo vecchio impiego di canzonettista. Anche la nipote finge di essere quello che non è, ovvero una ragazza a servizio di un vecchio stanco. E Papa-re? Finge. Tutti "fanno finta di essere sani", come direbbe Gaber, nascondendo le proprie miserie dietro una vita all'apparenza normale.
Il racconto si conclude così:
Accorse di furia una vettura, che, poco dopo, scappò via di galoppo, verso l'ospedale di Sant'Antonio. E un groviglio di gente furibonda passò vociando davanti al chiosco e si allontanò verso Piazza delle Terme. Altra gente però era rimasta lì, sul posto, a commentare animatamente il fatto, e Papa-re, con gli orecchi tesi, non si moveva, temendo che la bimba mettesse qualche strillo. Poco dopo, uno dei camerieri del caffè venne a comperare un sigaro al chiosco. - Eh, Papa-re, hai visto che straccio di tragedia? - Ho... inteso... - balbettò. - E non ti sei mosso? - esclamò ridendo il cameriere. - Sempre col tuo scaldino, eh?
Col mio scaldino, già... - disse Papa-re, curvo, aprendo la bocca sdentata a uno squallido sorriso.
La bocca sdentata del povero vecchio nasconde il suo imbarazzo, e il suo terrore che scoprano che al posto dello scaldino c'è adesso una neonata che, beatamente, dorme sulle sue ginocchia. Si legge, fra le righe della novella, quello che il Padre dirà anni dopo nei "Sei personaggi in cerca d'autore" (1920) quando, descrivendo al Capocomico l'orrore provato nel trovare la Figliastra dove non doveva essere, e dove lui era andato a cercare amore, dice:
Signore, ciascuno - fuori, davanti agli altri - è vestito di dignità: ma dentro di sé sa bene tutto ciò che nell'intimità con se stesso si passa, d'inconfessabile.
Anche Papa-re freme. Non prova orrore per sé, ma di quello che potrebbero dire di lui, o meglio, scoprire in lui. Continua a fingere disinteresse, ed è disposto a subire lo scherno del cameriere che va a comprare da fumare, pur di nascondere quello che è veramente. Non una cattiva persona, né uno con gli scheletri nell'armadio, ma solo un povero e buon vecchio. Rosalba gli ha affidato la bimba non voluta perché, nella sua compartecipazione di sentimenti, è stata l'unica a cogliere in Papa-re un tratto di umanità che né lei, né Cesare, né la nipotina hanno, quest'ultima sembrando quasi un automa, un orologio svizzero privo di emozioni che fa semplicemente il suo dovere.
Giorgio Gaber, quasi settant'anni dopo la scrittura della novella, canterà ancora quello sforzo collettivo di apparire normali con i versi della sua "Far finta di essere sani":
Liberi, sentirsi liberi forse per un attimo è possibile ma che senso ha se è cosciente in me la misura della mia inutilità.
Per ora rimando il suicidio e faccio un gruppo di studio le masse, la lotta di classe, i testi gramsciani far finta di essere sani.
Gramsci e la lotte di classe, per sembrare normali. Per dare un senso alla propria "inutilità", come canta Gaber. Lo scaldino, quell'umile oggetto di terracotta, si riduce in cocci, quasi a simbolo del contrasto tra la vita apparente e la voglia di "essere sani", e la realtà, dove gli altri leggono in noi quello che non pensiamo di essere, e dove viviamo nella paura recondita di sembrare diversi.
Viene fuori quello che il Padre dirà anni dopo nei Sei personaggi, concetto che poi sarà ripreso in Uno, nessuno e centomila, e che invito a riascoltare nella indimenticabile interpretazione di Romolo Valli, del 1965:
Il dramma per me è tutto qui, signore: nella coscienza che ho, che ciascuno di noi - veda - si crede "uno" ma non è vero: è "tanti", signore, "tanti", secondo tutte le possibilità d'essere che sono in noi: "uno" con questo, "uno" con quello - diversissimi! E con l'illusione, intanto, d'esser sempre "uno per tutti", e sempre "quest'uno" che ci crediamo, in ogni nostro atto. Non è vero! non è vero! Ce n'accorgiamo bene, quando in qualcuno dei nostri atti, per un caso sciaguratissimo, restiamo all'improvviso come agganciati e sospesi: ci accorgiamo, voglio dire, di non esser tutti in quell'atto, e che dunque una atroce ingiustizia sarebbe giudicarci da quello solo, tenerci agganciati e sospesi, alla gogna, per una intera esistenza, come se questa fosse assommata tutta in quell'atto!
Bibliografia
Gaber Giorgio, Far finta di essere sani (1974)
Pirandello Luigi, Lo scaldino (1905)
Pirandello Luigi, Sei personaggi in cerca d'autore (1921)
Sono stato ad uno spettacolo di Renato Zero. Nel farlo ho superato alcune barriere personali. Non mi riferisco a quelle relative all’orientamento sessuale dell’artista, di cui poco mi importa e credo poco importi a tutti quelli che lo seguono, ma piuttosto quelle relative alla validità della proposta artistica del famoso “cantattore”.
Avendo superato da un bel po’ i quarant’anni e avvicinandomi ai cinquanta sono vissuto in quel periodo in cui sono cresciuti e si sono affermati diversi mostri sacri della musica italiana. La maggior parte di loro suscita il mio rispetto e la mia ammirazione. Riuscire a rimanere nella breccia per quaranta e più anni e riuscire a riempire ancora un palazzetto dello sport (stendiamo un velo pietoso sulla vendita dei CD che ormai fa parte dell’archeologia della musica) ha del miracoloso. Alcuni di loro li ascolto e li vedo con piacere. Non tanto per la proposta musicale (praticamente tutti ripropongono in maniera ossessiva ed auto celebrativa se stessi). Né per la capacità di dare spettacolo. Al di la della indubbia professionalità di diversi dei mostri sacri della musica italiana, è imbarazzante vedere persone di oltre sessant’anni fare movimenti goffi su un palco senza riuscire neanche lontanamente a suscitare le emozioni che suscitavano nel pubblico al culmine della loro carriera artistica. Ma li vedo con piacere perché rappresentano una sorta di anello di congiunzione con la mia adolescenza e riescono ad anestetizzare la consapevolezza di star invecchiando. Per allargare il discorso, per la stessa ragione ogni tanto compro un comic americano (Marvel o Dc). Non riesco più a sognare di emulare il mio super-eroe preferito. Ma ricordo che da ragazzo lo facevo e mi fa stare bene.
Ritornando a Renato Zero mi sono lasciato convincere e ho acquistato due biglietti, uno per me e uno per mia moglie. Sono entrato nel palazzetto dello sport che ospitava lo spettacolo pieno di timori. Ho cominciato a chiedermi: a che punto dello spettacolo mi addormenterò?
Devo anche premettere che neppure da ragazzo Renato Zero mi riscaldava più di tanto. La sua ostentata (e finta, a quanto lui stesso dichiara) omosessualità mi dava fastidio. Come pure mi infastidiva il contenuto di molti suoi brani provocatori, per l’epoca, al limite del cattivo gusto. Certo paragonate con certe brutture proposte dalla televisione attuale (i vari Amici e X-Factor), tutti i cantautori e gruppi italiani degli anni settanta sembrano dei giganti della musica e dello spettacolo. E Renato Zero giganteggia sicuramente sui vari prodotti usa e getta delle reti Rai e Mediaset.
Pertanto con uno spirito critico al limite del dire “mi alzo e me ne vado” ho preso il mio posto e ho osservato con attenzione ogni cosa. Il suo pubblico, composto per lo più di persone della mia età, il palco, il sipario, le luci e alla fine lui. Il sipario si è alzato e lui si è fatto avanti cantando uno dei suoi pezzi storici e maggiormente autobiografici, “La favola mia”, preceduto dalla voce di un bambino narrante che celebrava la capacità di Renato di aver realizzato i suoi obbiettivi, contro tutto e tutti. Mi sono trovato di fronte ad un gigante dello spettacolo. Come tutti i grandi della musica italiana Zero è stato auto-celebrativo e auto referenziale, ma di fronte alla manna per gli occhi e per le orecchie che ha offerto gli si perdona tutto, anche la retorica. Ha saputo condire la sua nuova proposta, il suo ultimo lavoro “Amo”, con uno spettacolo veramente di alto livello.
A differenza di altri suoi colleghi, Zero non indulge molto nella riproposizione dei suoi vecchi successi. Né dedica, come fanno la maggior parte delle vecchie glorie, l’ultima parte dello spettacolo alle vecchie hit. Pertanto mancano dalla scaletta vecchi successi come “Triangolo”, “Mi vendo” o “Spalle al muro”. Ma alcuni capisaldi del suo repertorio vengono sparsi qua e la durante lo spettacolo insieme alle canzoni del suo ultimo lavoro. E mi sono ritrovato a cantare insieme ai “sorcini” (così chiama il suo pubblico) brani come “Madame” o “Baratto”. Mi sono divertito da matti nel vederlo fare la “checca”, prendendo in giro i cosiddetti perbenisti. Ho pianto per Lucio Dalla, da lui ricordato in uno struggente brano dal titolo “Lu”. E ho applaudito, fino a spellarmi le mani quando ha omaggiato il grande Giancarlo Bigazzi, morto di recente, con il brano “Un’apertura d’ali”. E nell’ultimo brano, inno alla vita e alla positività, lo struggente “Il Carrozzone”, eseguito in maniera magistrale dal maestro Renato Serio, ho colto la vera essenza di Renato Zero. Un grande professionista, che ha creduto ad un sogno, il suo, ha lottato per realizzarlo, e lo ha fatto condividere a milioni di persone.
E in un momento della nostra storia in cui manca completamente un sogno e siamo in mano a ciarlatani e incompetenti, posso solo dire grazie a Renato Zero per avermi fatto sognare che la vita non è solo “PIL” e “spread” ma anche valori e che si può ancora sperare che il peggio sia passato.
Grazie di cuore, Renato.