lunedì 14 gennaio 2013

Le vite degli altri

Le vite degli altri sono e resteranno per noi un mistero insondabile. Nonostante lo sforzo immane delle filosofie antiche e recenti e della psicologia moderna di interpretare il comportamento umano e soprattutto di prevederne l'esito, la realtà è che non sappiamo quello che gli altri pensano. Incluso chi ci è più vicino e che conosciamo bene, che talvolta sfugge da quel senso di complicità e affetto che ci permette di leggere fra le righe. Sarà mai possibile perciò intendere a fondo il motivo vero e recondito delle scelte altrui?

Il morboso interesse per quello che avviene quando la persona che abbiamo incontrato o conosciamo gira l'angolo, o si rifugia a casa sua, o va via dall'appuntamento che avevamo con lei, se non controllato, può generare le deviazioni che sono state tipiche di tanti regimi (e che purtroppo lo sono ancora), ben illustrate dal film Le vite degli altri di von Donnesmarck. Lì, un capitano della Stasi il cui lavoro è ascoltare quello che gli altri dicono e indagare su quello che fanno, a un certo punto della sua vita ha un ripensamento. Il dubbio nasce dalla lettura di un volume di Brecht, ma il punto di svolta è leggere l'inchiesta scritta dall'uomo che sta spiando, lo scrittore Dreyman. E mettendo in discussione la sua carriera e la sua sicurezza personale (non dimentichiamoci di essere nella Germania Est comunista), il capitano Wiesler fa la cosa che reputa giusta. E smette di occuparsi di spiare gli altri.

Ma fa bene Wiesler? Ovviamente, il discorso in questione non è la speculazione fatta in chiave politica di chi vorrebbe impedire le intercettazioni, strumento indispensabile per perseguire i molti delinquenti spesso con colletto bianco della decadente nazione che è diventata l'Italia. Quando il lungometraggio fu trasmesso il 9 febbraio 2011 da Raidue, l'intento di alcuni fu subito di usare il film per discutere del ruolo dei giudici, paragonati a spioni della DDR, che invece fanno solo il loro lavoro a repentaglio della propria vita. Eppure, la domanda resta: Wiesler ha fatto bene?

Amos Oz, Scene dalla vita di un villaggioAmos Oz, nel suo Scene dalla vita di un villaggio, narra in otto racconti brevi ma intrecciati fra di loro di un piccolo villaggio, Tel Ilan, dove accadono dei fatti misteriosi. Oz si intrufola nella vita degli altri, la segue brevemente quasi con gusto fotografico, e poi improvvisamente sposta il suo obiettivo altrove. Non sapremo mai se Benni Avni resterà seduto sulla panchina ad aspettare la moglie che l'ha lasciato, o se tornerà a casa sua. O che fine ha fatto il nipote della dottoressa Ghili Steiner, che lo aspettava con ansia ricordando i momenti trascorsi insieme quando lui era piccolo. O chi scava sotto casa Kedem, udito solo dal vecchio onorevole in pensione Pesach, e dallo strano inquilino, uno studente arabo, ma non dalla figlia di Pesach, Rachel Franco. Lo scrittore israeliano costruisce un micromondo molto simile a quello in cui tutti viviamo, ignari della vita del nostro vicino, del postino, del commesso o del poliziotto che ci ha sorpassato, ma un po' curiosi e interessati a capire le dinamiche altrui.

Fa bene Oz ad interessarsi delle vite degli altri? Fa male Wiesler a smettere di farlo? La nostra natura umana non potrà mai prescindere da quell'innata curiosità per chi ci abita attorno. Non siamo né diverremo mai isole. Il segreto sta nell'aggraziato equilibrio tra il rifuggire dal pettegolo impicciarsi e l'apatico disinteresse per chi ci fa parte, volenti o nolenti, del nostro mondo. Quando nel 2010, a Cosenza, un autista di un bus picchiò un povero vecchio di 78 anni, lasciandolo per terra nella totale indifferenza dei passeggeri, e soccorso solo da un auto di passaggio, mi chiedo se non sarebbe meglio talvolta essere più invadenti. I tanti che continuano a morire da soli avrebbero, tutto sommato, la gioia di poter scambiare ancora qualche parola con qualcuno.

Bibliografia e approfondimenti

domenica 13 gennaio 2013

Quando muore un poeta


Il 3 gennaio 2013 è venuto a mancare improvvisamente Valerio Negrini. I più lo ricordano come autore della maggior parte dei testi del più popolare gruppo musicale italiano, i Pooh, e probabilmente per qualcuno il discorso finisce qui.

Comprensibilmente quando si pensa alla musica leggera il pensiero va ad accordi semplici e parole altrettanto semplici anche se non sempre banali con l’obiettivo di catturare l’attenzione e l’ascolto, spesso usa e getta, del pubblico vasto.

I Pooh non hanno fatto e non fanno eccezione. Nel corso della loro quarantennale carriera hanno cantato canzoni veramente imbarazzanti su testi dello stesso Negrini, di cui lui poi  si è vergognato.  Un esempio è il testo della canzone del 1990 “Donne italiane” (dall’album “Uomini Soli”) che nel ritornello recita: ”Che belle che sono le donne italiane, coraggiose e romantiche, su schermi giganti  o acqua e sapone, delicate e fortissime.”  Anche il testo della ben più famosa“Canterò per te” (dall’album “…Stop” del 1980) rasenta la banalità quando fa cantare ai quattro Pooh: “Stella di giorno, frutto d'inverno io canterò per te se ti senti un aliante che cade strade d'aria avrai da me”.  Ma tant’è,  la musica leggera ha le sue regole e una di queste è vendere e per vendere spesso si devono scrivere e cantare delle cose che piacciono al pubblico ma che lasciano pochi segni nel cuore e nell’anima.

Per completezza bisogna dire che i lavori dei Pooh, anche i più commerciali, sono caratterizzati da estrema professionalità e non mancano brani dalla struttura musicale complessa, innovativa e comunque non banale. Ne cito alcuni: “Parsifal “(1973), “Il tempo, una donna, la città” (1975), “Il ragazzo del cielo” (1978), “L’ultima notte di caccia” (1979), “Inca” (1980), “Il giorno prima” (1984), “Dall’altra parte” (1987), “Città proibita” (1990), “Il silenzio della colomba” (1996), “Figli” (2002), “Ascolta” (2004) e l’ultima “Dove comincia il sole” (2010).

Valerio, che non amava definirsi “poeta” (disse che farlo era “un po’ pretenzioso”) né scrittore (“leggermente deviante”) e preferiva definire se stesso e quelli come lui persone il cui mestiere  è quello di mettere “la balena in una scatoletta di tonno”, dove la balena sono i testi e la scatoletta di tonno sono i tre-quattro minuti della canzonetta che poi va consumata nello spazio di altrettanti pochi minuti, ha lasciato testi che si potrebbero definire dei flash fotografici e hanno la rara virtù di scatenare l’immaginazione e permettere a chi ascolta la canzone di identificarsi con la storia narrata dalle sue parole e di poterla “vedere” nella mente. Questa, secondo me, è una delle ragioni per cui i Pooh non hanno mai avuto l’esigenza di “narrare” le loro canzoni con un videoclip promozionale, tant’è che la loro produzione video è piena di immagini dei loro concerti e di loro nelle più disparate posizioni e situazioni (corrono, parlano, cantano, disegnano e quant’altro) ma non di immagini che “spieghino” il testo della canzone.

Ci sono state, è vero, delle occasioni nella quarantennale storia del gruppo in cui i videoclip invece di far vedere la potenza degli spettacoli dei quattro hanno tentato di “spiegare” il testo con una storia ma il risultato è stato, secondo me, deludente. Un esempio è il clip di “Passaporto per le stelle” del 1983 (dall’album “Tropico del Nord”). Questo clip è contenuto in un “film” molto più lungo, all’epoca distribuito in VHS,  che aveva l’obbiettivo di celebrare la produzione dell’album “Tropico del Nord”. Per l’epoca fu un lavoro innovativo. Caraibi, studio di registrazione prestigioso, primo CD prodotto in italia, uso esteso (e forse eccessivo) del  Fairlight. I Pooh si presentavano al pubblico con un lavoro innovativo, prestigioso. E i testi di Negrini erano all’altezza.

Il brano in questione narra di una fuga nelle stelle di una coppia di novelli Adamo ed Eva che vengono spediti su un altro pianeta dal presidente americano visto che di li a poco l’umanità sarebbe sparita distrutta da un olocausto nucleare. Si era nel pieno della guerra fredda e non era raro  che scrittori, giornalisti e pure musicisti affrontassero il problema della paura di una guerra atomica.

Negrini riesce a mettere su un testo bellissimo che in alcuni punti rasenta l’escatologia biblica (“Benvenuti sulla spiaggia della nuova età cuccioli di un mondo che si è cancellato già  non guardate indietro mai, non dimenticate mai. Fate nuovi amori fate nuove geografie senza cattedrali, generali e nostalgie senza più bandiere mai e che questo sole sia con voi”). Ma il video è quanto di più banale potesse essere escogitato. Una spiaggia dei Caraibi, una barca arenata sulla spiaggia (a testimoniare che…? La distruzione?) e la strofa in questione cantata da un Facchinetti in canottiera, preceduto da una croce di luce, a cui poi si affiancano gli altri tre che cantano in coro, che insomma non sembra proprio l’ideale per personificare la “fortissima presenza” che benedice i “cuccioli di un mondo che si è cancellato già”.

Questo non va imputato solo a logiche commerciali dei quattro (ora tre) Pooh né ad una loro incapacità di fare un video decente. Secondo me è perché le parole di Valerio hanno una forza straordinaria e il tentativo di descriverle in un clip sarebbe riduttivo. Faccio qualche esempio.

“Lei e Lei”. (dall’album Parsifal). Il brano parla di un amore lesbico dal punto di vista di un uomo che sii vede rubata la moglie o la fidanzata dall’altra lei. Un tema scabroso (per l’epoca) affrontato con poesia e da un punto di vista unico. Valerio fa dire al lui : “Lei era amica anche mia sapeva cosa dirti quando tu senza ragione eri contro di me. No, non nascondo che io a volte ero turbato un po' da lei forse la desiderai” e poi alla fine quando realizza che la sua donna se ne va con quell’altra donna da lui ammirata, desiderata e che gli provocava più di un turbamento  gli fa dire: “Sai, fu l'abisso per me la sera che dicesti "vattene" in calma più che mai. Ma ciò che poi mi ferì di più fu quando chiesi: "Ma perché, per chi?".  Guardai dietro a te in un sorriso c'era lei, in silenzio vi guardai  ciò che vuoi, ma questo mai.”

La “poesia” di Valerio riesce a farci “vedere” la scena, ne udiamo le voci e ne vediamo i volti. Possiamo immaginare il sorriso della donna che lascia il suo uomo per una “lei” e riusciamo anche a “vedere” la faccia di lui deluso ed affranto mentre realizza ciò che gli sta accadendo. Come si potrebbe racchiudere il tutto in un video?

Oppure leggete il testo – capolavoro (pure la musica lo è, a mio parere) de “Il tempo, una donna, la città” del 1975 (dall’album “Un po’ del nostro tempo migliore”). L’incipit è poesia pura: “Polvere il vento nella valle scivola finestre semiaperte stridono sui muri silenzioso il sole giace. “ Poi nel testo recita: “Si avvicina lentamente a me resta in ombra il viso per un po’, è una donna e sembra sia  pur presente e viva”. Anche qui siamo nella poesia ermetica e dobbiamo affidarci a lui che ci spiega che questo brano e il suo testo, lunghissimo, quasi undici minuti di musica, è il racconto di un sogno e la donna è sua madre. Come si potrebbe “filmare” senza depauperarlo completamente della sua forza espressiva un testo del genere?

Valerio ha scritto le parole per quasi 400 brani. Come ho scritto sopra non tutti sono capolavori e alcuni rispondono a mere logiche commerciali. Ma quando è riuscito a raccontare una storia colpendo l’immaginazione, scaldando il cuore, segnando e disegnando la vita di chi ascoltava la “canzonetta” con un processo di identificazione in cui il protagonista diventava lo stesso fruitore, Negrini, ha involontariamente fatto “poesia”.

Il 3 gennaio del 2013 i Pooh non hanno perso soltanto il loro paroliere. Noi abbiamo perso un poeta. E quando muore un poeta:
“Al mondo c'è meno luce, per vedere le cose. Quando muore un poeta gli uccelli hanno una traiettoria in meno tra quelle possibili,e non se ne accorgono. Quando muore un poeta il male sorride felice di aver perso un' avversario. Quando muore un poeta/la mia vita è più piccola la mia speranza più lieve.” (Alda Merini)
Ciao Valerio.

P.S. Post aggiornato nella data del 15/01/13

Superstizione e tolleranza

A distanza di oltre tre anni e mezzo dal mio post su Pirandello e sicilianità, ritorno a scrivere di un aspetto della sicilianità spesso traslato nelle opere di autori che vengono dall'isola, ovvero il gusto e il vezzo alla superstizione.

Fin dall'antichità, la licantropia, ovvero la mitologica trasformazione di un uomo in lupo, ha suscitato un interesse in varie culture. Erodoto nelle sue Storie scrisse del popolo scita dei Neuri, che vivevano probabilmente nel territorio dell'odierna Polonia, e riportò una leggenda che li riguardava:
Una volta all'anno ciascuno dei Neuri si trasforma in lupo per pochi giorni, poi di nuovo riprende il proprio aspetto. Di questa storia non riescono davvero a convincermi, nondimeno la raccontano, e giurano di dire la verità. (Storie, Libro IV, 105)
Nella Roma antica si narra di uomini trasformatisi in lupi, e Plinio il Vecchio ne riportò "scientificamente" due casi nella sua Storia naturale. Galeno, il cui punto di vista influenzò la medicina fino al Rinascimento, parla di questa "malattia" chiamandola "morbo lupino o canino", e ne descrisse una possibile cura nella sua Ars medica. Fino al Medioevo, quando la questione, diventata ormai quasi una forma di isteria collettiva, fu ritenuta così seria al punto che migliaia sembra siano stati messi al rogo con l'accusa di licantropia.

In Sicilia, il lupinariu, termine forse derivato dal latino volgare lupus hominarius, ovvero "lupo umano o mangiatore di uomini", fa parte dell'immaginario collettivo, e in passato spesso i nonni o qualche vecchio zio raccontavano di famosi lupinari che erano diventati famosi nella città o paese in cui abitavano. Si dice che le mogli degli antichi pescatori messinesi dessero a tal proposito ai propri mariti una pezza di stoffa nera, da mettere sul viso quando dormivano sulle barche al chiaro di luna.

Pirandello non poteva mancare di incarnare questo aspetto della sicilianità più antica, che confonde il sacro con il superstizioso. La novella Male di luna, ripresa anche dai fratelli Taviani come episodio del film Kaos, fa trasparire la paura antica e recondita per l'uomo che affetto dal "male di luna", perde la sua capacità intellettiva e diventa animale. Nel racconto, in realtà Batà, il protagonista che ha nascosto la sua malattia alla sposina Sidora, è la vittima piuttosto che il carnefice: Batà vive questa sua condizione con dolore e vergogna, non potendo controllare il suo problema e non essendone la causa, perché era stato esposto alla luna quando era bambino. Paga le conseguenza di un atto di distrazione della madre, e vive lontano dalla comunità, che lo considera un tipo strano.

Anche Rosario Chiarchiaro, il protagonista della più famosa commedia La patente, è un escluso dalla società che lo considera un menagramo, che però a differenza di Batà decide di ribellarsi a questo suo status, pretendendo appunto la patente di jettatore. Chiarchiaru significa siciliano significa "frana o pietraia", e dà l'idea di un terreno arido, sconnesso e pieno di buche e anfratti, quali appunto psicologicamente è lo jettatore, almeno nella maschera che si è dato. In questo caso, lui non è più la vittima, ma diventa il carnefice, e il povero giudice D'Andrea paga per non avergli creduto con la morte del suo cardellino, ricordo della sua defunta madre, la vera vittima di questo racconto.

Il contrasto tra la condizione "sana" della collettività e la "malattia" del lupinariu o dello jettatore è in realtà uno specchio di come spesso sia altrettanto facile oggi attribuire una cattiva fama a tutto ciò che ci appare inusuale e diverso. La superstizione siciliana è solo uno strumento, perché la diversità è sempre stata considerata un fattore di imbarazzo e spesso di disturbo da ogni società umana. Il crescente revival in chiave antirazzista, il disprezzo per chi ha un'altra cultura o religione, e la tendenza a omologare in categorie ben distinte sono forme sicuramente meno superstiziose ma altrettanto pericolose di quel background che fa da sfondo comune ai due racconti citati, atteggiamento che andrebbe combattuto semplicemente con la tolleranza e il rispetto per gli altri.

Una citazione di Amos Oz riassume bene questo concetto:
Impariamo a rispettare gli altri popoli: ogni uomo è creato a immagine divina, anche se se lo dimentica continuamente (Una storia di amore e di tenebra)
Ricordare più spesso che in fondo apparteniamo tutti alla stessa specie, scientificamente parlando, sarebbe un ottimo detterrente contro la deriva delle idee che hanno portato alla persecuzione e uccisione sistematica di chi era diverso durante il periodo nazi-fascista, e alle quali gli stupidi nostalgici dei bei tempi andati tentano di dare nuova linfa. Quanto spesso ci rendiamo conto che homo hominis lupus, e senza alcun bisogno di credere nella licantropia!

Bibliografia

  • Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, 2003
  • Erodoto, Storie, Libro IV
  • Luigi Pirandello, La patente, 1917
  • Luigi Pirandello, Male di Luna, 1913
  • Lupi mannari in riva allo Stretto, 16/04/2011, su Messina.Sicilians.it

lunedì 2 maggio 2011

Banali carnefici


Qualche giorno fa, Beppe Grillo intervistato da Annozero ha citato un libro scritto da Daniel J. Goldhagen, "I volenterosi carnefici di Hitler", che spiega la interessante e illuminante tesi dell'autore relativa al nazismo. Il movimento di Hitler trovò un terreno fertile nella crisi economica e nella "banalità del male", di cui Hannah Arendt con il suo reportage sul processo Eichmann tenuto a Gerusalemme nei primi anni 60 evidenziò la pericolosa capacità di contagiare una società evoluta. Forse oggi restiamo ancora stupiti nel non comprendere come un paese moderno e culturalmente avanzato, come la Germania o anche l'Italia di Mussolini, abbiano potuto sostenere per molti anni dei movimenti dittatoriali nell'assoluta indifferenza del cittadino medio. E forse con meno stupore e più preoccupazione la recrudescenza di tendenze xenofobe e nazionalismo fanno temere gli animi liberali.

Stamattina, un amico mi ha segnalato queste bellissime parole di Martin Niemhöller che riprendono lo stesso concetto:
Prima vennero per i comunisti
e io non alzai la voce
perché non ero un comunista.
Poi vennero per i socialdemocratici
e io non alzai la voce
perché non ero un socialdemocratico.
Poi vennero per i sindacalisti
e io non alzai la voce
perché non ero un sindacalista.
Poi vennero per gli ebrei
e io non alzai la voce
perché non ero un ebreo.
Poi vennero per me
e allora non era rimasto nessuno
ad alzare la voce per me
.
Queste parole di Niemhöller, scritte in relazione all'atteggiamento lassista dei tedeschi durante il nazismo, ci fanno riflettere su come sia facile cadere nel laccio del "menefreghismo", oggi così suadente e diffuso. Non è per niente difficile ragionare anche oggi con le parole di Niemhöller. Purtroppo, non lo è.

Vedi:
Daniel J. Goldhagen, I volenterosi carnefici di Hitler
Hannah Arendt, La banalità del male

martedì 8 febbraio 2011

La cassa riposta e lo sviluppo sostenibile

Nella novella La cassa riposta, apparsa la prima volta nel 1907 e poi inclusa nella raccolta "L'uomo solo", Luigi Pirandello narra dell'avvocato Piccarone, noto per la sua furbizia ma soprattutto per essere un gran spilorcio, che decide di conservare la costosa cassa da morto usata per il funerale della moglie, in quanto avrebbe potuto usarla successivamente lui.
"Questa cassa ... mi costa più di vent'onze. Bella, la vedi. Per la sant'anima, capirai, non ho badato a spese. Ma ora che la comparsa è fatta. Che se ne fa più la sant'anima di questa bella cassa sottoterra? Peccato sciuparla ... Facciamo così. Caliamo la sant'anima pulitamente con quella di zinco, che sta dentro; e questa me la riponi: servirà anche per me. Uno di questi giorni, sull'imbrunire, manderà a ritirarla.
La cassa gli servirà poco dopo, quasi "chiamandoselo", narra Pirandello, quando muore durante una discussione col macellaio Dolcemascolo, al quale il suo cane aveva rubato delle salsiccie. Ma chissà quante volte anche noi abbiamo pensato di "riporre" qualcosa per riusarlo o riciclarlo. Una bella scatola trasformata in contenitore di oggetti, un nastro colorato che legava un regalo, un vecchio orologio ereditato da qualcuno, una busta della spesa che diviene sacchetto di immondizia. Siamo stati noi a scegliere di "riporre" o è stato l'oggetto a influenzare la nostra scelta?

Non bisogna essere spilorci per capire che gli oggetti hanno un'anima. Non in senso metafisico, o in chiave animistica, o cadendo nel panpsichismo, perché un'oggetto non ha coscienza di sè. E non bisogna neanche supporre che i proprietari degli oggetti possano trasmettere ad essi proprietà che passino al successivo proprietario. No, la "cassa riposta" dell'avvocato Piccarone non parla, non pensa, e non è un mezzo con cui la moglie (defunta) chiama il marito (vivente). Invece, è un oggetto che influenza la vita dell'avvocato. L'inanimato devia il corso delle cose dell'animato. Questo ascendente, o forse questa suggestione intrinseca nell'oggetto stesso, è la sua anima. L'avvocato muore per la sua stessa suggestione, in quanto vittima dell'anima della cassa? O è un caso? Non ci è dato saperlo, ma sicuramente la grande protagonista della novella è la cassa, il vero regista degli eventi che si susseguono velocemente.

Fino a che punto gli oggetti influenzano le nostre scelte e la nostra vita? Sin dove la scelta di aver acquistato un'automobile o di aver accesso un mutuo ha condizionato le nostre decisioni successive? In che misura un libro o un articolo di giornale ha cambiato la nostra idea su un soggetto, forse spingendoci impercettibilmente verso un nuovo percorso nella nostra vita?

L'influenza impalpabile degli oggetti che ci circondano, e che nelle nostre case formano quasi un sacrario di simboli e punti di riferimento, è forse solo un aspetto dell'interdipendenza intrinseca che caratterizza tutte le società umane. Sottovalutiamo troppo spesso il contesto in cui viviamo, soffermandoci (con più facilità) sulla nostra soggettiva percezione delle cose, e ignorando che il nostro futuro sarà influenzato da ciò di cui ci circondiamo.

Estendendo questo principio, potremmo arditamente pensare che l'anima degli oggetti de La cassa riposta anticipi la teoria dello sviluppo sostenibile, che in sintesi dice: salva ora l'ambiente se vuoi che le generazioni future abbiano le condizioni necessarie per sopravvivere. L'affannosa ricerca del guadagno, a tutti i livelli, ci fa dimenticare che i rifiuti che produciamo e i danni ambientali che creiamo influiranno su di noi. Se la cassa riposta di Pirandello, o un libro, o un mutuo, hanno in qualche modo determinato certe nostre scelte, non dobbiamo dimenticare che anche l'anima del percolato gettato a mare a Napoli o dei 13 milioni di ettari di foreste perse negli ultimi 10 anni pretenderà qualcosa, chiedendoci il conto.

Ritornando a Pirandello, ci viene in mente la novella Il professor Terremoto, nella quale il protagonista che sta viaggiando su un treno racconta come nella tragedia di Messina nel 1908 accoglie in una baracca una famiglia composta da una vedova, dai suoi genitori anziani e dai suoi figli, che aveva salvato da un edificio distrutto. Nel giro di un paio d'anni, sposata la vedova, il professore si ritrova padre di otto figli (cinque suoi e tre della vedova), e con in più i suoceri, i genitori e una sorella nubile da mantenere, per un totale di quindici persone, lui stesso incluso. Alle lodi dei suoi compagni di viaggio, che lo definiscono "un eroe", lui risponde:
"Quel terremoto è passato; anche quest'altro è passato: terremoto perpetuo è rimasta la mia vita"
Quasi una sorta di transfert, stavolta non di un oggetto ma di un evento, che ha cambiato totalmente la sua esistenza. Certo, non possiamo controllare né gli eventi né gli oggetti che ci circondano, ma dobbiamo ricordarci che non saremo noi ad influenzare il nostro ambiente, ma viceversa.

domenica 6 febbraio 2011

Zarité e le schiave-bambine moderne


Leggendo un articolo di Silvia Truzzi sulla bambina africana di Fossalta del Piave alla quale il sindaco, in un momento di grande umanità, ha negato la possibilità di accettare i pasti che le sue insegnanti volevano darle, mi è venuta in mente l'appassionato racconto "L'isola sotto il mare", di Isabel Allende, dove il tema della schiavitù è analizzato a fondo.

In questo racconto Zarité, schiava mulatta, vive il dramma della maternità violata, dovendo cedere il suo primo figlio illeggittimo, la permanente paura di fare qualcosa di sbagliato e meritarsi una punizione, la consapevolezza amara di essere considerata inferiore, e il sogno della libertà ed emancipazione. Zarité riesce, a costo di grandi sacrifici personali, a divenire libera e a costruirsi una famiglia, e i dolori della sua vita diventano i tasselli di una rinascita.

Ma la povera bimba di Fossalta del Piave, che sicuramente non avrà letto (ancora per poco, speriamo) la Allende, non sa che quando, nello sforzo di trovare una giustificazione, è stata immondamente definita "figlia di un noto estremista islamico", ha incarnato in sé la tragica condizione di chi non per scelta ma per nascita ha ricevuto un ruolo sociale dal quale nessuno le offre un riscatto. Forse un bambina, se figlia di un terrorista o di un mafioso o di un corrotto politico o illeggittimamente di un famoso prelato, non ha il diritto di ricevere solidarietà? Perché la conquista dell'uguaglianza viene rimessa in discussione, quasi come se vivessimo una palingenesi del più barbaro schiavismo?

Diceva Fichte: "Noi siamo ancora al basso grado della semi-umanità, ovvero della schiavitù". Ma oserei dire che definire semi-umano chi tratta una bambina africana come se fosse appena stata portata da negrieri dalla costa della Guinea è un complimento che non merita. Gli animali non hanno mai praticato la schiavitù, ma forse solo la legge del più forte. Le vere bestie, però, sono quegli uomini che come bestie agiscono.

Link: Isabel Allende - L'isola sotto il mare - 2009, Feltrinelli

martedì 14 luglio 2009

Pirandello e sicilianità


Luigi Pirandello, nel suo famoso Discorso di Catania il 2 settembre 1920 per gli ottant'anni di Giovanni Verga, parlando dei siciliani a un certo punto disse:

I siciliani, quasi tutti, hanno un'istintiva paura della vita, per cui si chiudono in sé, appartati, contenti del poco, purché dia loro sicurezza. Avvertono con diffidenza il contrasto tra il loro animo chiuso e la natura intorno aperta, chira di sole, e più si chiudono in sé, perché di quest'aperto, che da ogni part è il mare che li isola, cioè che li taglia fuori e li fa soli, diffidano, e ognuno è e si fa isola da sé, e da sé si goda - ma appena, se l'ha - la sua poca gioja; da sé, taciturno, senza cercare conforti, si soffre il suo dolore, spesso disperato

La condizione di essere siciliani, anzi, la nostra "sicilianità", ha costituito per secoli un baluardo contro le angherie della sorte e della storia. Abbiamo costruito una difesa emotiva nella nostra solitudine? Spesso si sente dire che i siciliani si offendono facilmente, che hanno un brutto carattere. Che vivono i loro rapporti con altri in maniera barocca e ampollosa, non accettando quel tipo di schiettezza tipica di altre zone d'Italia. Che vivono del complesso di rassegnazione di cui Tomasi di Lampedusa parla nel Gattopardo, inabili a reagire. Che si sanno adattare come un'ameba, o forse qualcuno più malignamente direbbe come un tumore, alle vicissitudini della propria terra.

Può darsi, ma la spiegazione è più profonda. La condizione fisica di "isola" ha portato noi siciliani alla condizione mentale e spirituali di sentirci "isola", e a considerare la critica altrui, anche se benintenzionata e specialmente se "forestiera", come un attacco al nostro inviolabile spazio vitale, un'indebita intromissione nel quadrato che ci siamo ritagliati, una violazione del nostro focolare e del nostro animo.

E gli scrittori siciliani sono vittima spesso di una compulsione interiore a parlare sempre di sé, della propria terra, delle proprie persone, succubi della propria sicilianità. Scrive Malatesta, un non siciliano che scrive presuntuosamente e amabilmente di sicilani:

Nessun altro popolo è ossessionato così tanto da sé stesso da dimenticare tutto il resto. Uno scrittore lombardo non parla sempre della Lombardia, e uno scrittore emiliano evade qualche volta dalla sua regione. Gli scrittori siciliani continuano a rimestare in eterno nella loro terra, perché non sanno chi sono e cercano una risposta. (Stefano Malatesta, "Il cane che andava per mare e altri eccentrici siciliani")

La sicilianità come una forma di "ossessione"? Una idea fissa che condiziona l'artista che nasce e cresce in questa terra per il resto della vita, anche se spesa altrove? Può darsi. Siciliani si è marchiati alla nascita, non si diventa.

Globalizzazione
La globalizzazione ha sfumato del tutto questa impostazione isolana dei rapporti con gli altri. Purtroppo, direi. La generazione odierna si è imbastardita, avendo diluito la propria diversità millenaria con il gusto di compiacere gli altri. Ma ancora la sicilianità tracima dagli argini tracciati con vigore dal trend che appiattisce le differenze e incanala gli animi verso una ortogonale simmetria dei comportamenti sociali.

I vecchi rimpiangono quel canone di abitudini e quella vezzosità di altri tempi, forse sopravvissuta in qualche arcaica "isola" culturale all'interno dell'isola, ma ormai rifiutata da molti perché sinonimo di vetustità. Io invece rimpiango la malattia terminale della sicilianità, un valore aggiunto che è stato deprezzato, ma che forse sopravvivrà come una pianta di capperi attaccata vigorosamente al suo nudo e assolato muro, trasformando la calura che fa inaridire tutto in nutrimento e linfa per una rinascita della propria vocazione storica.

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